A spasso per campi cromatici
Gaël Davrinche
26 ottobre 2018 - 10 febbraio 2019

Je dis : une fleur ! et, hors de l’oubli où ma voix relègue aucun contour, en tant que quelque chose d’autre que les calices sus, musicalement se lève, idée même et suave, l’absente de tous bouquets.

Stéphane Mallarmé, Crise de vers 

(da Divagations, 1897)

A cosa equivale l’atto del dire “un fiore”? Si provi a dirlo, fra sé e sé, e quindi ad immaginarlo. Un fiore. Nella nostra mente non potrà che materializzarsi uno, o più fiori in particolare, immagini vaghe ma dalle qualità comunque riconoscibili: i petali, per esempio, avranno una certa forma e un determinato colore; io potrei avere in mente un ranuncolo, un altro una passiflora, un altro ancora una rosa. Il parlare e il pensare ordinari fanno della parola una moneta per scambiare informazioni, ad esempio le caratteristiche della rosa, della passiflora e del ranuncolo che i miei interlocutori ed io abbiamo giocato a immaginare.

Tuttavia, fuori dal recinto del parlare e del pensare ordinari si estende il dominio potenzialmente sconfinato della poesia. Riformuliamo allora la domanda iniziale: a cosa equivale l’atto del dire poeticamente “un fiore”?

Nel rivoluzionare la funzione poetica per mezzo di un ribaltamento gerarchico e antirealista tra il senso e la risonanza delle parole, Mallarmé – che in vita fu anche appassionato giardiniere e fioricoltore – non ha mai scritto la parola “fleur”, né quelle più specifiche di “hyacinte”, “myrte” o “rose” (Les fleurs, 1887) senza ambire all’“idea stessa e soave” del fiore, quell’idea che è “assente da ogni bouquet” e che sola “musicalmente si leva” dalla penna del poeta.

Ut pictura poësis, il giardino che “pittoricamente” si leva dal pennello di Gaël Davrinche potrà pure avere sembianze assai precise – dai fiori d’inchiostro che formano la tassonomia dell’Herbarium a quelli, quasi iperrealistici, dei Nocturnes - e non per questo va preso per un saggio di rappresentazione floreale. Ma, affascinante paradosso, l’unicità di un’idea si ottiene proprio a partire dalla molteplicità delle sue manifestazioni, e attraverso un percorso di sintesi: lo dimostrano i differenti stili pittorici ai quali Gaël Davrinche ci ha abituati, e che l’artista governa con la consueta maestria, dal realismo che strizza l’occhio alla natura morta olandese e napoletana all’immagine fuori fuoco à la Gerhard Richter, dalle distorsioni espressionistiche che ricordano la Neue Wilde ai colori piatti di certe corolle che sono un chiaro omaggio a Warhol, per terminare nell’astrazione pura dei quaranta Chromatic Fields, dove inaspettatamente l’artista decide di sedersi allo stesso tavolo con Malevič, Mondrian e Rothko.

Fin dal titolo questa mostra annuncia un cammino. Meno una passeggiata tra prati fioriti e più una “divagazione”, come quella mallarmiana con cui si è deciso di aprire questo breve testo: come spesso accade con Davrinche, una flanêrie creativa nella storia della pittura e in uno dei suoi soggetti più trattati.

Nell’intero corpus di lavori c’è unica figura umana che appare nell’opera The Stroll: un uomo che veste i panni di un alter ego dell’artista, in un percorso di sintesi, dal realismo all’astrazione, dove il pittore francese mette in mostra il suo io poetico quale autentico soggetto del proprio lavoro.

 Vittorio Parisi