Old Story / New Twists
14 dicembre - 23 febbraio 2013

I termini “curatore” e “curatela”, dei quali l’ultimo decennio ha conosciuto un utilizzo sempre più frequente e tendente all’abuso, non appartengono al vocabolario artistico della nostra cultura. Il loro significato è un prestito del mondo anglosassone: in italiano, integrano la terminologia del diritto privato o fallimentare. In un passato non troppo lontano, quella che oggi siamo soliti chiamare “curatela”, era competenza dello storico dell’arte. Non era sentita la necessità di chiamarla in un modo particolare, ma soprattutto non era richiesta una figura professionale ad hoc. In Francia, sono più precisi e più prudenti: “commissaire” non è un titolo, ma il ruolo che uno storico o un critico d’arte ricopre quando gli viene affidata l’organizzazione di una mostra. Etimologicamente il suo impiego è impeccabile. Commissum, da committĕre: affidare, consegnare. Un compito momentaneo, un progetto, certamente non una professione. Quello del “free-lance curator”, tuttavia, sembra essere divenuto un mestiere a tutti gli effetti. In Italia e all’estero esistono addirittura corsi universitari e master creati per formare questi nuovi professionisti. È lecito, forse, chiedersi a che pro mettere il lauro in testa a una figura ibrida, spesso la via di mezzo tra un critico, un pubblicitario e un arredatore, ma la domanda è un’altra: che peso hanno, i curators, nella scena artistica odierna? Tanto importante per il mercato, quanto nulla per l’avanzamento della storiografia artistica, l’influenza degli odierni curators gode dell’indefessa compiacenza dei media e dello show-business. Al punto che, sfogliando riviste e visitando blog di settore, sembrerebbero loro i veri protagonisti dell’epoca artistica corrente, e gli artisti quasi dei comprimari. All’esporre arte si è preferita l’arte dell’esporre, e il curatore è più un esperto di marketing che altro. È questo lo spirito con cui l’ultimo decennio si è riconfermato teatro di provocazioni preconfezionate, di performance sibilline, del riciclo di readymades e iconografie pop che, da Duchamp e Warhol in poi, sembrano non aver abdicato a nulla di diverso. Il Ventunesimo Secolo è cominciato senza riuscire a disfarsi di un’eredità e di una supremazia – quelle dell’arte concettuale – che, superato il proprio status d’avanguardia decine d’anni or sono, continuano indisturbate a fare proseliti, col risultato che è assai arduo discernere l’acume dalla banalità, l’originalità dal déjà-vu. I curatori sono, probabilmente, i maggiori artefici di questo scenario: lo sono perché hanno avuto l’abilità di dirottare su se stessi l’attenzione che, un tempo, il mondo dell’arte dedicava ai critici e agli storici. Non che questi ultimi si siano estinti: tutt’altro. Continuano a lavorare, a fare ciò che, lontano dai riflettori, è di nutrimento per la storia: studiare, ricercare, scrivere. Soprattutto, credere negli artisti di talento. I curators credono molto nel proprio talento di professionisti, sicché le vistose scenografie, l’utilizzo di un vocabolario orientato al vago e al metafisico, le atmosfere glamour e gli immancabili dj-set sono autocelebrazioni tendenti all’onanismo. Lontana da tutto ciò, Old Story / New Twists è nata con l’intenzione di mettere insieme quattro artisti il cui talento tecnico, creativo ed espressivo, sono verificabili attraverso la diretta osservazione delle loro opere. È un talento sincero, privo di mistificazioni, ed è un talento cosciente: guarda al futuro senza dimenticare tutto ciò che ha di prezioso alle sue spalle. Questa mostra è nata anche con l’obiettivo di presentare quattro artisti che Bari non ha ancora mai conosciuto, nonostante ciascuno di loro vanti esperienze, premi e riconoscimenti di assoluto valore, soprattutto all’estero. Il compito dello storico – i cui panni sono quelli che, pur maldestramente, cerco di vestire – è anche quello di diffondere certe testimonianze oltre i loro confini correnti. Il mio augurio è che, nella sua semplicità e nelle “tradizionali novità” di cui essa intende farsi ambasciatrice, questa mostra possa piacere a Bari e, almeno un pochino, far correre una ventata d’aria fresca per le sue stanze ancora troppo chiuse.