Sud
Daniela Corbascio
27 settembre - 21 ottobre 2013

Tre lettere scritte col neon in caratteri quasi da lettera privata annunciano il Sud di Daniela Corbascio. Il nome proprio di luogo, come fosse una persona, è modulato su una lunga asticella che termina con una punta di freccia. Il rigo di vetro si fa vettore luminoso del messaggio, indica una direzione dell’anima, prima che dello spazio. La suggerisce già la qualità della luce chimica, un candore soffuso di vapori rosa, come quando l’alba inizia ad accendersi sul filo d’orizzonte del mare di levante. Così l’installazione prova la sua epifanìa nel rapporto con i luoghi scelti dall’artista. La freccia del Sud si protende (per ora) in dialogo con i segni del Potere e della Memoria, dell’Immaginazione e degli Affari, che dicono di Passato e di Presente della sua città, Bari: la mole possente del Castello normanno svevo, la grazia futile del fu Kursaal Margherita al punto in cui le sue palafitte incrociano barche e pontili del mondano Circolo della Vela, il levigato modernismo dell’edificio che ospita la sede murattiana della Banca Nazionale del Lavoro. Ma non li sormonta né li trafigge. Vola alto, cercando il punto obliquo di margine, il fianco, l’angolo, la “giusta distanza” per lo sguardo del passante, cittadino o forestiero che sia, e il giusto rapporto con il contesto di Natura e di Cultura dentro il quale si ergono i segni di pietra. Accetta di svanire quasi nella luce del giorno e di emergere nel calare del buio alla sfida con le luci colorate della città. Perché il Sud che Daniela illumina non è una imposizione, piuttosto una confidenza, una dichiarazione d’amore. Non indica nemmeno, necessariamente, un percorso orientato a Mezzogiorno. E’ una insegna che afferma, con ostinata tautologia, la presenza del Sud in una città del Sud.Ma è proprio qui il punto di svolta nell’ormai lungo percorso di un’artista che è fra i pochi in Italia ad aver manipolato sistematicamente il neon come medium fondante o qualificante di una attitudine al “far grande” installativo, in spazi aperti o chiusi, svariando dallo strutturalismo formale alle inquiete contaminazioni visionarie. E’ la scelta di ridurre quasi sul confine di citazione storica della cultura di ambito concettual-minimalista l’uso di una “scrittura di luce” : per rivelare il segreto di una ossessione coltivata nel fondo di una avventura esistenziale riversata nella generosità del fare e del comunicare. Il Sud, appunto, come condizione interiore, grembo archetipico nel quale si raccolgono e si ritrovano il vissuto personale, le memorie private e le storie della società del suo tempo e dei suoi luoghi. La bellezza e la sofferenza del Sud, l’intelligenza e la miseria del Sud, il vitalismo dionisiaco e la natura apollinea si fondono e si accavallano nell’immaginario compulsivo di Daniela evocando un Heimat favoloso, una patria che si dilata nel Mediterraneo verso le terre d’Africa ed Asia, oltre le colonne d’Ercole… Un atlante immaginario nel quale riflette e proietta tutta se stessa, fondendo orgoglio identitario e paure ancestrali in una sorta di fondamentalismo local. Tutto questo pulsare di memorie e di sdegni, di emozioni e di idee, è stato coraggiosamente riportato dall’artista ad un esercizio estremo di ascesi linguistica. All’impegno di ribaltare l’urgenza del magma espressivo nella nuda, autoreferenziale fermezza dell’enunciato “Sud” e nel contempo tracciarne un movimento allucinatorio nello spazio pubblico. Movimento quasi da street art, connotato da modalità di ripetizione differente: perché il concept strutturale della installazione è sempre eguale, ma la sua dimensione e l’altezza percettiva variano a seconda dello spazio in cui è collocata. Cambia ogni volta anche il messaggio, il suo senso prevalente, nel dialogo con gli apparati funzionali e simbolici di cui ogni struttura della città si fa carico. E ancora, la visione di Sud come enigmatica indicazione, evocazione metafisica, sollecita la reazione, l’interpretazione, la domanda di chi la incontra. Su questa virtualità di “opera aperta” si fonda il sogno ambizioso di Daniela Corbascio, la “necessità interiore” di posizionare la sua freccia nei luoghi e nelle città più diverse e distanti del Paese e – perché no – del mondo. Ma questo appartiene al “dopo”, allo sviluppo possibile di un progetto che ha maturato lentamente le sue prove, sin da quando – era il 2004 – voleva installare una porta sul mare di fronte alla sede della Regione Puglia. Intanto, innalza nella sua città scettica e confusa la firma luminosa di una decisione irrevocabile: “Io voglio stare qui”. (Pietro Marino)