Shadows
Tony Fiorentino
6 maggio - 30 giugno 2014

“We are such stuff as dreams are made on”: così recita Prospero in apertura dell’Atto IV della Tempesta shakespeariana. Ricorrono in particolare due traduzioni italiane della parola “stuff”: “sostanza” o “materia”. Possiamo conservare quest’ultima definizione e sostituire “dreams” con “shadows”, per altro senza allontanarci troppo dall’immaginario shakespeariano – l’ombra si accompagna al sogno in A midsummer night’s dream. Ma come potremmo rimpiazzare il “we”? Tony Fiorentino completa questo slittamento attraverso una mostra intitolata proprio Shadows. Sono le sue opere d’arte a essere fatte della stessa materia di cui sono fatte le ombre: l’obiettivo dell’artista è proprio quello di definire il trait d’union che, a suo avviso, fonda questa identità. Siamo così in grado di dare una risposta alla domanda che fa da titolo per questa breve analisi. Conosciamo l’ombra come un’immagine oscura, proiettata su una superficie, da un corpo che si pone fra quest’ultima e una sorgente di luce. Presa per ciò che è, un’ombra è sempre la testimonianza visiva di un oggetto fisico esistente. È presenza di qualcos’altro. A modo suo, anche l’opera d’arte testimonia un’alterità: appare cioè come presenza di un oggetto che non vediamo più nel suo status originario di corpo-sorgente, ma che si manifesta invece sotto forma di un manufatto o di un’azione. Nelle opere che Tony Fiorentino ha scelto di esporre, la discussione sulla materia è dunque pertinente alla loro presenza fisica e sensibile – materiale tout court – ma anche a tutte le “presenze invisibili” celate dietro quest’ultima: aneddoti, ricordi, testimonianze, processi. Persone, soprattutto. Dietro la vorace ricerca di found objects e materiali di scarto che caratterizza l’identità di quasi tutti gli interventi di Fiorentino, Shadows cerca, in primo luogo, di enfatizzare il ruolo che amici intimi o sconosciuti incrociati per caso, ma anche persone esistenti e mai incontrate, hanno avuto nella genesi delle opere stesse. Così l’installazione I like an arch mutua il proprio titolo da una breve parabola che Louis Kahn era solito raccontare ai suoi allievi a Yale, e nella quale un mattone, dotato di volontà e parola, alla domanda “Che cosa vuoi?” risponde, reiteratamente, “Mi piace un arco”. Nell’ostinazione del mattone e nella “morale” che l’architetto americano trae dalla parabola, vi è l’invito a onorare, sempre e nel miglior modo possibile, i materiali. Nel non “fregarli” (shortchange). Tony Fiorentino fa suo questo invito raccogliendo marmi di scarto provenienti dalla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, per ricomporli in tre imponenti totem. Dalla singola pietra a qualcosa di più: di più grande, di più alto. Simili i trascorsi, simile l’uso delle candele votive che Tony Fiorentino ha raccolto girando fra le chiese milanesi: si tratta di quattrocento candele già utilizzate e destinate a essere riciclate per fabbricarne di nuove. Anche queste sono recuperate dall’artista, che va poi a formare una distesa di preghiere espresse e non del tutto consumate, in un’installazione senza titolo. “Ombre” di persone direttamente incontrate da Tony Fiorentino sono quelle proiettate da opere come Miselatum Pharallelus e Astro. Entrambi i lavori confermano inoltre l’attenzione che l’artista presta, da sempre, all’elemento naturale, a una flora e una fauna tanto cariche di simbologie quanto prodotto scabro dell’immaginazione. Il primo lavoro, alla stessa maniera di I like an arch, gioca con la combinazione di singoli oggetti preesistenti, finalizzata alla genesi di un nuovo oggetto, dotato di significato autonomo; in questo caso l’artista ha realizzato, su modello del torso di un amico, un busto bronzeo mutilo delle braccia. Le sezioni cave di queste ultime, assieme a quella corrispondente alla cintola, formano, grazie all’aggiunta di una mascella di squalo, rispettivamente gli occhi e la bocca di una creatura mostruosa, proveniente da chissà quale bizzarro bestiario. Astro è invece una pianta immaginaria dotata di due lunghi rami, da cui si dipartono altre sottili ramificazioni, ma è allo stesso tempo risultato di un confronto fra l’artista e gli operai della stessa fonderia che ha realizzato il busto alla base di Miselatum: gli elementi che compongono la pianta sono i cannelli di colata utilizzati dall’artigiano per far arrivare il bronzo fuso in tutte le parti del calco. Le opere in mostra conservano tutte, ciascuna secondo la propria misura, questa attitudine a un tempo ludica e dotta, che guarda all’arte come al veicolo di due differenti testimonianze. Le prime visibili, legate alla materia: gli oggetti dismessi e riutilizzati, disfatti e ricomposti, onorati di una nuova identità materiale che si sovrappone alla precedente. Le seconde invisibili, perché legate alle esperienze e alle persone – appartenenti al presente o provenienti da un tempo lontano, conosciute o mai incontrate – che hanno contribuito alla nuova natura degli oggetti, e che qui vediamo rivivere sotto forma di opera d’arte.