Castaway Depot 41° 7' 31'' N 16° 52' 0'' in a sentimental mood
Giovanni Ozzola
4 Giugno - 20 Settembre 2012

“La mia geografia emozionale è proprio la mappa dei sentimenti, delle pulsioni, dei desideri. La storia vede il mondo dal lato della morte, come un insieme di reperti funerari, la geografia dal lato della vita”.Così Giuliana Bruno descrive il rapporto tra i luoghi e le emozioni che ognuno di noi prova durante i viaggi, che riguardano frammenti di quotidiano, di dimensioni talvolta impercettibili, in grado di colpire la nostra immaginazione e trasformarsi in bagagli di esperienze. Il bagliore di una luce nella notte, l’odore di una stanza, il colore di un mobile, la trama della pelle di un corpo, il gusto di un piatto tipico o l’atmosfera di un locale percepiti nella dimensione emotiva del viaggio assumono un valore diverso per sedimentarsi nel vissuto personale del viaggiatore, sotto forma di immagini, odori, sapori o sensazioni. Una geografia sentimentale che costituisce la trama di Castaway Depot, la mostra personale di Giovanni Ozzola presso la galleria Doppelganger , che trova il suo ideale punto di partenza nell’opera 3.000 b.c.e-2.000 (Il cammino verso se stessi) (2012): una sorta di grande planisfero composto da 98 pannelli di ardesia dove l’artista ha inciso le rotte degli esploratori del passato, in una sorta di memoria minimale dell’identità dei continenti ottenuta per sottrazione. Un labirinto di segni che rivelano la sedimentazione della volontà che ha spinto uomini del calibro di Cristoforo Colombo e Vasco de Gama, Amerigo Vespucci e Giovanni Caboto ad abbandonare il noto per veleggiare verso l’ignoto. Cosa li spingeva? Qual’era la disposizione d’animo che ne muoveva lo spirito per convincerli ad affrontare le peripezie di viaggi in territori liquidi e insidiosi come mari e oceani, golfi e stretti, arcipelaghi e penisole? Come giustamente ci ricorda l’artista “le rotte sono cicatrici di una memoria collettiva, sono l’esempio individuale del superamento di paure ancestrali”, e con queste parole apre una riflessione per immagini sullo stesso territorio esplorato (è il caso di dirlo) da Giuliana Bruno: la valenza emotiva del tragitto, una parola che in italiano antico indicava il passaggio da una sponda all’altra di un fiume. Un tragitto che Ozzola tratteggia attraverso alcuni momenti che abbracciano l’intera gamma linguistica propria del suo lavoro, dalla fotografia alla scultura alla videoinstallazione. Come un esploratore in grado di coniugare razionalità ed istinto, l’artista produce immagini sospese in un tempo dilatato, che appartiene ad un’attitudine definita da Pier Luigi Tazzi come “una disponibilità, mediata da uno stato di nudità della percezione, verso l’evento/avvento della visione”. Una nudità dell’istante colta dall’artista per sottolineare l’astanza dell’opera, che Cesare Brandi definiva come la capacità di cogliere l’hic et nunc senza mediazioni, riportandola ad un momento percettivo reificato in un’immagine carica di valenze concettuali ed emozionali. Questa è la forza silenziosa dell’arte di Giovanni Ozzola.