Castaway Depot 41° 7' 31'' N 16° 52' 0'' in a sentimental mood
Giovanni Ozzola
4 Giugno - 20 Settembre 2012

Le opere di Giovanni Ozzola, già a una prima lettura, sembrano manifestare con essa una prossimità matura ed elegante. L’impressione trova immediata conferma nel momento in cui Giovanni mi racconta di quando, appena sedicenne, disertava il liceo per seguire dei corsi universitari di filosofia da libero uditore. Tuttavia, prima di avanzare conclusioni, è necessario usare prudenza: l’intersezione tra arte e filosofia provoca spesso dei malintesi di origine teorica. L’arte trasfigurata in filosofia è quella cui siamo soliti riferirci col novero di “arte concettuale”, definizione che si presta ad interpretazioni ambigue e della quale si abusa troppo facilmente. Inquadrare le sperimentazioni di Giovanni in questa categoria non renderebbe loro giustizia. È, in ogni caso, un problema cui possiamo tranquillamente sottrarci; Ozzola è il primo a tenersi lontano dalle smanie categorizzanti. “Non mi interessa” è la risposta alla domanda “Ti hanno mai chiesto ‘che genere di artista sei’?“. Nonostante abbia fatto di fotografia, video e installazione i suoi terreni privilegiati, le creazioni di Giovanni hanno sorprendentemente qualcosa da spartire con la pittura. Si tratta proprio di quella stimmung che egli ama citare, e che da sempre lo accompagna nel corso delle sue realizzazioni. Un’arte non pittorica, ma frutto dell’osservazione delle stesse leggi che il tempo e lo spazio impongono alla pittura. Ci basta un breve passo indietro nella sua carriera: “Superficiale – Under my skin” (2010). In poco più di due minuti sono concentrate cinque ore di videoregistrazione; l’inquadratura fissa su due pareti bianche, soggetto dell’opera la luce del sole durante il tramonto. Quest’ultima cambia colore, posizione, e poco a poco si spegne, fino a lasciar posto al buio: tutta l’attenzione è monopolizzata dalla trasformazione della luce e dei suoi colori. L’esperimento ha un importantissimo precedente pittorico, che sono le serie di Monet. Nelle differenti esposizioni alla luce del sole della Cattedrale di Rouen, o dei pioppi o dei pagliai, si legge per la prima volta l’interesse a trasfigurare un fenomeno fisico e naturale in uno stato d’animo vero e proprio. Chiamarla stimmung o impression, sono sfumature. Castaway Depot prende forma da una creazione insolita, un’assoluta novità nella produzione di Ozzola. Siamo di fronte ad un grande muro composto di pietre d’ardesia, e la prima cosa a colpirci è il loro essere attraversate da una fitta serie di solchi. Un osservatore poco superficiale si renderà immediatamente conto che tali tracce non sono state incise lì a caso, anzi, esse sottintendono una logica ben precisa. Questa ci si rivela quando scopriamo di trovarci di fronte ad un autentico inventario di carte di navigazione sovrapposte fra loro, e che quelle incisioni indicano le rotte intraprese dai grandi navigatori ed esploratori. Lo stesso attento osservatore si interrogherà, quindi, sulla totale assenza di geografia: quale insolita caratteristica per una mappa! Qui risiede una certa affinità con “Superficiale – Under my skin”: l’idea del viaggio, rappresentato dalla rotta, stabilisce sui luoghi geografici, sulla partenza e sull’arrivo, un predominio assoluto. A Giovanni Ozzola non interessa la Spagna e tanto meno l’America. Conta solo ciò che è accaduto in mezzo ad esse. Le incisioni sulle ardesie si caricano quindi di un’ulteriore, sottilissima simbologia. È necessario pensare a esse come a delle cicatrici, e in tal senso l’idea del viaggio assume la connotazione dolorosa che è propria della parola “naufrago” (traduzione dall’inglese di “castaway”). I grandi navigatori si sono mossi sulla base di informazioni e di congetture, mai su certezze: nel colore nero dell’ardesia prendono forma quel trauma e quella ferita che è l’esplorazione dell’ignoto. Nella navigazione l’uomo ha individuato lo strumento per darsi una collocazione, cioè un’identità. E in fin dei conti, le rotte di Cristoforo Colombo, Magellano, Zheng He o Darwin, non sono altro che dei veri e propri solchi nella memoria collettiva. L’atto del partire, del viaggiare, custodisce una dimensione traumatica che trova soluzione nell’auto-percezione e nella costruzione del sé. Il concetto di stimmung incarna questo particolare significato: quella che in Kant e in Simmel era una disposizione d’animo ideale per consentire il giudizio estetico, per Giovanni diventa molto semplicemente la scoperta di se stessi nel tempo e nello spazio, la consapevolezza di esistere. Traguardo doloroso e necessario. Abbiamo ancora a che fare con una cartografia non convenzionale quando ci troviamo di fronte a “A grounded universe with pathos”. Si tratta di un planetario – una mappa della volta celeste – da camera, nel quale tuttavia figurano due soli corpi. L’idea del viaggio qui trova una duplice dimensione, tanto cosmica quanto umana. Le due sfere sono Venere e Marte. L’influenza dei due pianeti sul nostro è di due tipi: fisica, perché nel Sistema Solare la Terra si situa fra questi. Culturale, perché in mitologia Venere e Marte sono rispettivamente le divinità preposte all’amore e alla guerra. La presenza di quest’opera va letta come espressione del ruolo che gli astri, tanto attraverso la scienza (astronomia) quanto nella tradizione (astrologia), hanno sempre giocato nella vita degli esseri umani, tracciandone destini reali o fittizi. Quella cartografica non è l’unica suggestione con la quale lo spettatore è invitato a confrontarsi. Un’altra opera – un neon da soffitto la cui disposizione forma un cerchio che non si chiude – recita: “Illuminarsi rompendo l’eterno ritorno”. Ennesimo clin d’oeil alla filosofia. Vi trovano riscontro in egual misura i temi privilegiati dalle recenti sperimentazioni di Ozzola, la luce e il viaggio. Il risultato è una rappresentazione sintetica dell’uroboro, il serpente che si morde la coda, antico simbolo della ciclicità del tempo e che Nietzsche reinterpretò attraverso la voce di Zarathustra. Tocca alla luce svolgere la funzione traumatica e salvifica, rispettivamente simboleggiate dall’atto di spezzare il cerchio e consentire una proiezione lineare di sé. In avanti. In altre parole, ancora una volta: rendere possibile il viaggio e scoprire se stessi. Fin qui, le opere di Giovanni si manifestano nella loro duplice natura: una semplicità estetica “aurorale” – aggettivo che prendo in prestito da Pier Luigi Tazzi, critico cui va il merito di aver “scoperto” Ozzola – unita a una ricchezza incredibile di richiami, siano essi culturali, storici e filosofici. Per Castaway Depot Giovanni ha previsto un sottotitolo altrettanto eloquente: “41° 7’ 31’’ N 16° 52’ 0’’ E – In a sentimental mood”. Da una parte le coordinate geografiche di Bari. Dall’altra un riferimento musicale, Duke Ellington. Ascoltando il brano (in un meraviglioso arrangiamento con John Coltrane) mi rendo conto di una cosa: lo stato d’animo con il quale Giovanni ha affrontato la realizzazione di questo suo più recente cammino espressivo, sembra essere perfettamente evocato dalla musica, oltre che dal titolo.