Heritage
Andreas Senoner
5 ottobre - 5 dicembre 2017

Nel 1908 il biologo e neurologo tedesco Richard Semon scrisse Die Mneme, saggio che oggi ricordiamo per aver introdotto un neologismo destinato a trasformare per sempre l’idea di memoria, quella biologica e quella neurologica. Il neologismo a cui ci riferiamo è engramma, e descrive la traccia che ogni evento esterno imprime nella memoria cellulare di un individuo, ma anche nella sua memoria tout-court. L’aspetto rivoluzionario dell’intuizione di Semon è il carattere ereditario dell’engramma. Ciò equivale a dire che la traccia degli eventi non si limita a incidere nel singolo individuo: l’engramma ha il potere di trasmettersi di generazione in generazione. Questa teoria ha avuto delle ricadute inattese e importantissime nel mondo dell’arte. Come è noto, Aby Warburg estese l’uso del concetto coniato da Semon alla memoria culturale dell’Occidente, spiegando in questo modo la trasmissione delle cosiddette «formule di pathos», ossia le immagini archetipiche che sopravvivono nelle creazioni specifiche di epoche e contesti socio-culturali sempre diversi.

Curioso come, nelle intenzioni di Andreas Senoner, l’idea di Heritage sembri dialogare più col biologo Semon che non con lo storico dell’arte Warburg: essa nasce precisamente da una dichiarata curiosità per il significato biologico della parola «eredità», ossia la proprietà insita negli esseri viventi di trasmettere ai discendenti la propria forma specifica e le proprie caratteristiche individuali.

Cercare l’engramma nelle dieci sculture inedite di Andreas Senoner può essere, quindi, il giusto modo di interpretare una mostra in cui l’artista ripercorre simbolicamente la sua memoria, nella quieta atmosfera che emana dal noce, dal tiglio e dal cipresso. Non può, d’altronde, che essere il legno la traccia materica eletta da Andreas Senoner a supporto mnemonico, l’engramma assoluto su cui si imprimono i solchi e nascono le forme, si accendono i colori e si combinano i tessuti. Il legno è soprattutto il luogo dove prendono vita tutti gli altri engrammi: filtrati da una teca di plexiglass giallo, gli spigoli aguzzi delle Dolomiti in Showcase: childhood restituiscono all’artista un’impressione visiva della sua infanzia; altrove, in Layers, le stratificazioni che disegnano la sezione del legno sembrano riprodurre, sull’autoritratto scolpito dell’artista, una carta topografica a rilievo: una sintesi simbolica dei luoghi percorsi in vita, che modellano il volto e la mente, lasciando in essi dei segni che è possibile ricostruire solo retrospettivamente.

Introspezione e retrospezione sono anche le direttrici di un lavoro come Skins, dove il legno scompare del tutto e lascia il suo posto a un blocco di tessuto stratificato, facendo eco alla «teoria delle cinque pelli» di Hundertwasser, già esplorata da Andreas Senoner nella sua mostra precedente. Anche in questo caso è evidente come la traccia di una riflessione passata persista nel tempo e contribuisca a forgiare un’idea del tutto nuova nella produzione dell’artista, tanto più se si considera che i tessuti colorati che compongono l’opera provengono da vestiti che Senoner ha indossato nel corso degli ultimi dieci anni.

Scorrendo le altre opere, per esempio l’arto sospeso di Ex-voto o Cumulation, autoritratto ricoperto di piume nere che seguono il disegno anatomico dei muscoli facciali, si può avere la sensazione di camminare tra degli spettri. In fondo, Heritage non è altro che l’hantologiepersonale dell’artista, ossia – pensando non tanto a Derrida, cui dobbiamo la paternità dell’espressione, quanto alla lettura che ne diede Mark Fisher – il materializzarsi di ciò che non è più ma, pur non essendo, continua a esercitare potere e a trasformare il presente dell’individuo.