Hurricane
Gaël Davrinche
21 Novembre 2014 - 14 Febbraio 2015

Ciclicamente accade che un artista, un critico, talvolta un filosofo, sempre più spesso un curatore o un top dealer, avverta il bisogno di annunciare la morte della pittura. I necrologi che seguono fanno mostra di umori variabili: c’è chi, rispetto alla presunta perdita, si pone con l’aria rassegnata e contrita del laudator temporis acti, o quella accigliata e polemica del fustigatore di costumi. Assai più numerosi, invece, quelli che salutano la fine del gesto artistico più antico, oggi soppiantato da nuovi media, come motivo di progresso. La storia sembra, tuttavia, smentire puntualmente le prese di posizione di chi si affretta a redigere simili coccodrilli e epitaffi. La pittura è lungi dall’estinguersi, e un grande dipinto possiede sempre uno speciale potere sensuale che, nelle mani di un artista di talento, muta in qualcosa di più profondo. Poco importa se figurativo o astratto, un bel quadro mira a esercitare sul suo osservatore un ascendente che non è mai solamente estetico, bensì metafisico. Un bel quadro è, anzi tutto, uno strumento per arricchire lo spirito. I quadri di Gaël Davrinche mirano a questo, e lo fanno attraverso una varietà di stili e linguaggi a dir poco sorprendente: davvero è lo stesso pennello a tracciare, con pochi e delicatissimi tocchi, il profilo di un fiore (Memento), per poi aggredire ferocemente la tela dando vita alle maschere inquiete e destrutturate che popolano la serie Kalashnikov? È proprio la stessa mano ad abbozzare, con tratti quasi infantili, la sagoma e il sorriso inconfondibili della Gioconda, per poi plasmare quattro grandi ritratti iperrealisti, sbalorditivi per eleganza e fattura? Di fronte a noi c’è l’opera di un artista versatile, dal talento multiforme: la mano giocosa e istintiva del bambino diventa, un attimo dopo, quella fine e erudita del maestro. Il pennello è, a un tempo, strumento di vita e di morte, usato per accarezzare la tela o per pugnalarla. Questa impressione non tarderebbe a impadronirsi di chi si trovasse a osservare due ritratti tanto diversi come Baby Doll (2014) e Kalashnikov #4 (2013). Nel primo la materia è impeccabilmente distesa, chiede di dissolversi nell’illusione del soggetto dipinto, farsi viva carne e abbandonare la tela. Il secondo è, come il resto della serie, frutto di un vortice di pennellate violente e materiche, quasi fossero ferite inflitte alla tela per andare a (de)comporre una fisionomia cupa, a tratti grottesca, gravida di suggestioni da un passato più e meno recente: da Goya a Soutine, da Francis Bacon a Glenn Brown. Se la primissima parte della carriera di Gaël Davrinche era caratterizzata da un inseguimento giocoso del passato, rendendo omaggio ai padri della pittura attraverso appropriazioni ironiche e colte, oggi l’artista sembra investire le proprie energie in una duplice ricerca sulla persona: la seduzione della forma esteriore da un lato; dall’altro la profondità, spesso oscura, dell’animo umano. La doppia natura dell’indagine giustifica l’attuale coesistenza di due cifre stilistiche solo apparentemente antitetiche, in verità complementari: un sensualissimo realismo fotografico e un espressionismo quasiastratto. Hurricane affida a quaranta opere una sintesi della produzione che ha impegnato Gaël Davrinche in questi ultimi anni, ricchi di riconoscimenti prestigiosi in Francia, e di un interesse che guadagna rapidamente gli altri confini europei, nonché quelli dell’estremo oriente. L’uragano cui si fa riferimento ha a che vedere con l’animo stesso dell’artista: eclettico, vorticoso, infaticabile, travolge e raccoglie ogni stimolo proveniente dal suo osservare quotidiano, dai suoi maestri, dalle sue letture o dalle sue frequentazioni, trasformando il tutto grazie al potere viscerale, straordinario e sempre vivo della pittura.