Metamorphosis
Andreas Senoner
19 Febbraio - 30 Aprile 2016

La fortuna di cui gode la metamorfosi come soggetto artistico, letterario, musicale o ancora cinematografico, è testimoniata da un fitto elenco di esempi, alcuni antichissimi, altri assai più vicini a noi. Da Ovidio a Kafka, da Richard Strauss a Philip Glass, senza contare le sue innumerevoli incursioni nella pittura e nel cinema – che di fatto hanno dato vita a un’iconografia ricca di mito e folklore – la metamorfosi non può dirsi semplicemente un topos, un motivo ricorrente. Essa rientra a pieno titolo in quella categoria senza tempo né spazio che sono i miti fondativi del pensiero umano e della sua creatività. Non deve sorprendere che un artista elegante e incline alla riflessione come Andreas Senoner decida di percorrere un sentiero come questo, rivolto all’incessante trasformarsi delle cose del mondo e governato dalla stessa imprevedibilità. In primis, perché la metamorfosi è dominio dello scultore molto più di chiunque altro: nessuno, per definizione, è capace più dello scultore di condurre la materia da una forma a un’altra, tanto più quando la materia è il legno (“anima dei miei lavori”, dice Senoner, una materia “viva”). Ma soprattutto, Andreas Senoner ci ha abituati a un’arte che è solita trasfigurare il classico nel non convenzionale, facendo della scultura lignea antropomorfa – linguaggio solenne e dal sapore ecclesiastico – l’espressione di una volontà di gioco e di esplorazione; non a caso, è sorprendentemente lontana dalle metamorfosi più usualmente legate alla mitologia greca, alla trasformazione da uomo a animale o ancora a quella da uomo in creatura fantastica o leggendaria. Il suo percorso trae ispirazione dalla teoria, formulata dall’artista e architetto austriaco Friedrich Hundertwasser, secondo cui l’uomo avrebbe cinque pelli: l’epidermide, gli abiti che indossiamo, la casa che abitiamo, l’ambiente inteso come realtà sociale, infine l’ambiente propriamente detto, cioè la terra. Ogni opera parla di come la vita dell’uomo sia condizionata dalla costante mutazione (o meglio dire dalla muta?) delle sue altre pelli, che qui assumono forme ancora diverse, più poetiche, come la campana di vetro di “Deep sleep” o la maschera di “At Home”. Altre volte la riflessione dell’artista volge non tanto al cambiamento in sé quanto all’attesa che lo precede: è il caso di “Forget me not”, dove l’isolamento dell’individuo curiosamente seduto “a mezz’aria”, sulla parete, simboleggia l’attesa di una collocazione in società. Singolari, di per sé e nella produzione di Andreas Senoner, le sculture che raffigurano solo alcune parti del corpo (“Metamorphosis”) o delle loro bizzarre combinazioni (“Shapeshifter”). Pur nell’eterogeneità che è propria al cambiamento, questa mostra illustra un percorso omogeneo, frutto di un minuzioso lavoro di riflessione e esecuzione che, parafrasando Ovidio, supera in raffinatezza e bellezza il suo stesso oggetto d’indagine.